Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo... tra un bicchier di coca ed un caffè tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi farò...

 

Eravamo quattro amici al bar, ma una decina ci osservava… Caro paese mio, tanto amato, ma così tanto detestato da non avvertire, lontano, legami nostalgici. Sei un paese alla mercé di avventori occasionali; tutti hanno approfittato della tua debolezza per molestarti. Viviamo nelle tue gloriose mura nella nostra indifferenza e nella nostra apatia. I tuoi figli non riescono ad immaginare un futuro per le nuove generazioni vivendo il giorno che fugge come una monotona ora che non passa mai.
Caro paese mio, mi rimane di te la “Manca”, divenuto luogo spettrale non fosse altro per l’alto numero di persone che non vi risiedono più.
Paese mio, le uniche occasioni perché i castronovesi riescano a discutere senza entrare nella faziosità politica di circostanza sono i bar, unica ancora di salvezza per tenere insieme più indifferenze e più apatie, ma se questo basta perché un paese continui a vivere concludo con l’augurio che per ogni rione vi sia un bar.
Se qualcuno, non castronovese, pensa che quanto detto non sia vero venga a trovarci per bere un buon caffè ed ascoltare, durante una partita a carte, salutari disquisizioni religioso-politico-filosofiche, ma soprattutto “regole” di comportamento e di vita.
Ai miei cari amici del tressette, dello scopone e della briscola l’invito a considerare il presente articolo una facezia, anche perché il sottoscritto è in prima persona “vittima” del proprio articolo.
Una canzone, che più o meno ricordo recitava… paese mio che stai sulla collina, io ti lascio e me ne scappo via forse è stata scritta trovandosi in un bar, ma è difficile pensare che si sia potuto trattare di un bar di Castronuovo.

Mario Di Sario

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